COVID-19

NESSUNA FATALITÀ IN CIÒ CHE VIVIAMO

Coronavirus. Nessuna fatalità in ciò che viviamo.

Virus, Allevamenti intensivi, Distruzione Ambiente. Ecco le parole chiavi. Come ho scritto in un mio precedente articolo – in una fase in cui eravamo solo all’inizio di questa tragedia – non vi è nessuna fatalità in ciò che ci sta accadendo. E’ solo il frutto guasto di una politica economica improntata alla rapina e allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e a l’antropizzazione selvaggia e senza sviluppo.

I virus sono sempre esistiti e sempre esisteranno. In passato si identificavano come pestilenze e morbi con vari nomi, nel tentativo rudimentale di delimitarli sul piano della sintomatologia. Ci sono voluti 30 secoli prima che l’uomo uscisse dalla conta ossessiva degli effetti di una malattia per cominciare ad avventurarsi nella illuminata indagine delle sue cause.

Vogliamo buttare via tutto questo solo perché, per pigrizia mentale e incoscienza? Perché non siamo più in grado di contenere la pattumiera digitale o i sussulti barbarici di una parte della popolazione che scade sempre nel mal di pancia?

Distruzione ambiente, allevamenti intensivi e zoonosi.

L’unico nesso di causa-effetto sulla diffusione dei virus che possa avere un qualche fondamento, è quello di una sempre maggior prossimità pervertita tra ambiente umano e ambiente naturale. Prossimità contrassegnata dal conflitto che va sempre a scapito del secondo.

La distruzione delle foreste e degli ambienti naturali e l’urbanizzazione tentacolare e disordinata dei territori selvatici, costringono milioni di animali a migrare in ambienti di confine e ad adattarsi alla promiscuità di transizione – come la chiamo io -con il suo carico potenzialmente virale e sconosciuto. Lì, il contatto ravvicinato tra specie selvatiche, animali domestici e l’uomo, può rendere possibile c.d.spillover o salto di specie di nuovi virus potenzialmente letali, rimasti fino a quel relegati nel folto della foresta per migliaia di anni. La zoonosi è comune, ma sempre più spesso si presentano virus del tutto sconosciuti al Ci sono alcune specie selvatiche, come ad esempio i pipistrelli che, essendo da milioni di anni gli ospiti graditi di alcuni virus, ne rappresentano in qualche modo il serbatoio di sicurezza rispetto ad una diffusione del virus fuori dall’ambiente selvatico. l pipistrello ha impiegato milioni di anni a sviluppare questo delicato equilibrio di convivenza positiva con i suoi virus, e noi lo abbiamo stravolto in pochi decenni. Così da alleato inconsapevole dell’uomo, si è trasformato nel nostro peggiore incubo.

Le nuove polveriere virali.

Queste zone di transizione – tra anticorpi domestici e virus selvatici – sono anche le più povere, le più sfavorite in termini di sostenibilità ambientale, sicurezza sanitaria e sviluppo socio-economico.

Sono il condensato disposto di ogni disuguaglianza e ingiustizia e diverranno le prossime polveriere virali, mettiamocelo bene in testa.

La domanda non è se ci sarà un’altra epidemia, ma quando.

I mercati dell’orrore.

Poi, come per il caso della Cina, gli animali selvatici vengono incatenati vivi e a forza a scopi alimentari e omeopatici, in angusti mercati, dove si assiste a tutto lo scibile della zoologia dell’impossibile. Anatre, polli, cani – questi ultimi macellati ogni anno nel noto e macabro mercato di Yulin – e conigli, coabitano con scimmie, procioni, orsetti, rettili e insetti di ogni genere ancora senza nome scientifico, in un paradigma pressoché irraggiungibile di densità biologica per m2.

Per non dimenticare gli allevamenti intensivi, ridotti ormai a gigantesche città dello sterminio. Lì da decenni i virus aviari dei polli (la SARS del 2003) tentano di compiere il fatidico salto di specie. La peste suina (cinghiali e maiali) ad esempio, è una piaga ormai endemica e difficile da eradicare .

Come potevamo pensare che in tutta questa efferatezza agroalimentare e urbanistica la natura non ci restituisse pan per focaccia?

Cartello di avviso peste suina – Pubblico dominio Wikipedia

Alcuni di questi virus si potevano evitare, forse, se si fossero banditi, nel 2003, i pantagruelici quanto clandestini mercati cinesi di zoologica ecatombe, citati prima, e gli allevamenti della costipazione industriale.

Immagini di sviluppo urbanistico selvaggio delle grandi megalopoli Fonte Wikipedia

Nessun piano per il futuro.

In tutto questo, cosa si fa per scrivere un nuovo piano di sviluppo? Nulla. Anzi. Malgrado gli appelli e i moniti degli scienziati da decenni, sulle conseguenze dello sviluppo selvaggio, vi è una spudorata fiammata negazionista in moltissimi governi di paesi chiave che, per vastità, demografia e potere economico, hanno la facoltà di vanificare qualsiasi tentativo di cambiare rotta. Pensiamo agli USA di Trump sul clima o al Brasile di Bolsonaro sulla foresta equatoriale, il governo indonesiano per le monocolture su vasta scale, per citarne solo alcuni eclatanti.

Servirebbe un piano antropico epocale, tale da riscrivere la storia contemporanea dell’umanità. Un nuovo paradigma di produzione agroalimentare e un utilizzo sostenibile delle risorse industriali.

La triste realtà (anche se qua e là alcuni uomini di buona volontà fanno miracoli)è che si perde giornalmente in dibattiti spuri e ipocriti, volti a identificare il capro espiatorio di turno o ad avvallare gli ultimi rigurgiti di pancia. C’è poi il vecchio viziotutto antropologico di cercare il colpevole di un disastro in un singolo errore umano, piuttosto che accettare che esso sia il frutto di una scelta sistematica di massa.

E allora ecco sorgere le teorie complottiste del virus sfuggito da qualche laboratorio, guarda caso segreto e gestito da pochi ricercatori. Non vi è alcun dubbio che alla fine dell’ennesima pandemia e finite le liturgie retoriche e strappalacrime delle pubblicità progresso, tutto tornerà come e peggio di prima. Da anni fior di scienziati, studiosi ed giornalisti – tra i quali voglio citare anche Ilaria Alpi e Thomas Sankara -sono stati immolati sull’altare del pensiero unico alimentato dall’infrangibile dogma del capitale privato. Denunciavano da anni, il cinismo rapace con il quale una percentuale esigua dell’umanità si accaparra la totalità delle risorse per riversarne le scorie in quegli stessi paesi che rapina. Come diceva il pensatore Erich Fromm:

L’uomo preferisce la catastrofe futura al sacrificio immediato.

Speriamo di sbagliarci.

Paolo Maggioni Conte

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