KALIFAT – IN RICORDO DI RUQIA HASSAN

Kalifat – In ricordo di Ruqia Hassan

Ci sono storie raccontate che vanno al di là della semplice finzione, anche quando vuole essere rappresentazione scenica della realtà, perché hanno il potere semantico di rinviarti a figure reali, terrene, vere, a vissuti tragici. Una di queste serie è Califfato, presente su Netflix in questi giorni. La ritengo una delle serie più intelligenti disponibile su Netflix. Essa racconta le incredibili vicissitudini vissute da una donna a Raqqa, Pervin, intrappolata nell’inferno di Daesh. E’ in contatto con un’agente donna, Fatima, che vive in Svezia (di origini bosniache e che ha perso il padre nella guerra del 1993), e indaga su un imminente attentato che dovrebbe aver luogo nella capitale Stoccolma. Fatima promette a Pervin di farla tornare in Svezia in cambio di informazioni segrete sull’imminente attentato. Il montaggio alternato multiplo – tra la donna intrappolata a Raqqa e l’agente in Svezia e altri sottostanti – è reso claustrofobico dal senso perenne della prigionia e dal ricatto a cui l’agente Fatima sottopone Pervin, per ottenere le informazioni sull’attentato. Il legame è proprio costituito dal marito di Pervin e i suoi amici estremisti di Daesh e i contatti radicalizzati in Svezia, cui si intrecciano altre trame. Le vite di queste persone si intersecano con incredibile pathos, sotto il genio di una sapiente regia e del montaggio alternato con forti accenti di suspense. Una serie bellissima. Non posso non pensare che questa serie, seppur non esplicitamente, rimandi a figure come Ruqia Hassan, una bellissima ragazza dallo sguardo dolce e vivace, vissuta a Raqqa e uccisa nel 2016 da Daesh.

Certo, Ruqia non era la moglie inerme di un integralista, ma una donna colta, universitaria e giornalista, che rivendicava la sua emancipazione di donna siriana, denunciando i soprusi, il terrore e la cattività animale in cui venivano tenuti gli uomini, ma soprattutto le donne, sotto il regno del califfato e della Sharia. Ruqia ha compiuto il percorso antipodo rispetto a Pervin, la protagonista della serie. Ruqia è nata, cresciuta e vissuta a Raqqa, trovando in essa la libertà, malgrado la prigionia, ed è morta a Raqqa. Pervin invece è svedese di origine araba, cresciuta nella libertà, ha scelto invece la prigionia, per amore del suo uomo. Forse Pervin potrebbe essere la parafrasi di Ruqia. Entrambe sono unite nel comune destino, di essere donne e di morire in un mondo violento e assurdo, dominato dagli uomini.

Pervin, è estremamente coraggiosa e determinata a tornare in Svezia, mette in campo tutta l’intelligenza femminile, per riuscirci. E con incredibile pazienza riuscirà a addolcire il marito dell’ISIS (che si scoprirà non essere mai stato un fervente fanatico) e convincerlo a tornare in Svezia con lei e la bambina. Anche lei avrà un tragico destino. Verrà ferita a morte prima di poter fuggire e morirà lungo il percorso, nella macchina che avrebbe dovuto condurla verso la salvezza. Si addormenterà, con la testa china sulla sua bambina piccola e l’agente Fatima, arrivata fin lì per un impossibile recupero, a carezzarle dolcemente il volto. Ci si innamora presto di questa figura apparentemente fragile, ed invece dotata di coraggio e determinazione, con una punta di quella straordinaria sagacia, di cui la natura ha munito le donne. Credo sia uno dei rari casi di serie o film, veramente fedeli allo spirito di chi ha vissuto e vive veramente, specialmente se donna, le tragedie dell’epoca contemporanea. Almeno per quanto mi riguarda, un inno alle donne come Ruqia Hassan.

Un’altra serie di Netflix, ha trattato questa tragica parentesi della storia jihadista. I corvi Neri. Regia e attori “integralmente arabi” e disponibile solo in arabo coon sottotitoli, ha segnato un tassello in più nell’intricato mosaico della mia comprensione di Daesh. Qui la prospettiva è molto più cruda, perché la soggettiva è inchiodata alle tempie dei protagonisti dell’Isis e le loro vittime, senza via di scampo. Tutto in arabo, una lingua straordinaria, che enfatizza la mimica e il tono esasperato dei personaggi. Questi possono apparire caricaturali all’occhio distratto dello spettatore occidentale, abituato ai codici cinematografici prettamente hollywoodiani. Ma teniamo conto che rispondono invece a un tipo di rappresentazione scenica tipica di un certo mondo arabo tradizionale, incentrato sul concetto di onore, patriarcato, assoluta fedeltà ai vincoli parentali e tribali e il risentimento permanente nei confronti del nuovo. Questa serie ha segnato una pagina di alto livello della capacità espressiva di una serie televisiva. Su Netflix non accade così spesso, perché la necessità di fare odiens e la viziosa mania di inseguire gli umori del pubblico e le sue mode, hanno finito per privilegiare le serie impantanate nella super azione, la fantascienza di clonazione d’accatto e gli horror più spiccioli e trash che la storia del cinema ricordi.

Di segurto riporto alcuni articoli che furono scritti all’epoca, il 2016, sulla vita e la tragica morte di Ruqia Hassan.

La giornalista Ruqia Hassan assassinata dall’Isis

Ruqia Hassan From The Guardian newspaper

News6 Gennaio 2016

ROMA – I jihadisti dello Stato islamico (Isis) hanno ucciso una giornalista di Raqqa, in Siria, accusata di essere una spia. È quanto riporta il Daily Mail. Ruqia Hassan raccontava su internet la vita quotidiana degli abitanti di Raqqa, roccaforte dell’Isis in Siria. Scrivendo sotto lo pseudonimo di Nissan Ibrahim, Hassan aveva anche riferito dei continui bombardamenti aerei della coalizione internazionale. La famiglia è stata informata quattro giorni fa della sua esecuzione, giustificata con l’accusa di spionaggio. Non è chiaro quando la donna sia stata arrestata, ma il suo ultimo post risale al 21 luglio scorso. La sua morte è stata confermata al quotidiano britannico da un attivista del gruppo “Raqqa is Being Slaughtered Silently” (Raqqa è massacrata nel silenzio, ndr). “Andate avanti e tagliate internet, i nostri piccioni viaggiatori non si lamenteranno”, aveva scritto nel suo ultimo post, ironizzando sulle difficoltà quotidiane a Raqqa. (Askanews)

Qui di seguito riporto l’articolo pubblicato dalla rivista Vita:

“Quando quelli di Isis mi arresteranno e uccideranno, mi andrà bene perché sarà meglio così piuttosto che vivere umiliata da loro”. Queste le ultime parole impresse sui social network dalla giovanissima giornalista freelance Ruqia Hassan, che a Raqqa, città siriana da almeno due anni roccaforte di Daesh (altro nome dell’Isis, o Is) dove è stato rapito senza lasciare tracce anche il padre gesuita italiano Paolo Dall’Oglio. Ruqia è stata uccisa: la notizia è arrivata in queste ore, confermata dal network di giornalisti e attivisti Rbbs, Raqqa is being slaughtered silently(“Raqqa sta venendo assassinata silenziosamente”), che riporta come la famiglia della ragazza sia stata avvisata pochi giorni fa direttamente da un portavoce Isis: “assassinata dopo essere stata riconosciuta colpevole di spionaggio”.

La ragazza era per molti simbolo delle donne che non si sottomettono a Isis, e la sua morte sta gettando sgomento anche perché si tratta del quinto reporter siriano ucciso negli ultimi tre mesi dagli affiliati a Daesh, tra cui uno dei fondatori di Rbss, Naji Jerf, lo scorso dicembre. Sfidando le rigide regole in atto nella città siriana, Ruqia riportava ogni cambiamento messo in atto da Isis anche con ironia: “ci avete tolto i punti wi-fi nella città? Nessun problema, i nostri piccioni viaggiatori non si lamenteranno”, è stato uno degli ultimi post che ha scritto su facebook lo scorso luglio 2015, prima di interrompere bruscamente la comunicazione: da allora il sospetto del rapimento-arresto, ora l’orrenda notizia dell’esecuzione.

Paolo Maggioni Conte

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