OMBRE DI LUCE SULLA CAMBOGIA DEI BAMBINI

Come ormai in tutti i paesi poveri del mondo, anche in Cambogia, il passato di un regime sanguinario viene ricoperto dal bitume del capitalismo selvaggio allergico a qualsiasi forma di redistribuzione sociale, per riaffiorare negli spettri quotidiani della miseria e della mancanza di compassione e solidarietà. Il regno della mitica Angkor, di un impero, quello Kmer, vasto quasi quanto tutta la penisola indocinese, è oggi trafitto e scardinato da una modernità senza identità. Come le vestigia della sua città sacra fagocitata dalle radici plurisecolari dei colossi pluviali che la avvolgono in una fatale morsa tentacolare. Così la globalizzazione stringe tra le sue spire nella Cambogia di oggi, una società smarrita, ingurgitandola come parte del sistemo o stritolandola per buttare da parte la parte più inutile. La Cambogia è uno di quei paesi dove i “Meninos de Rua” indocinesi sono il lascito amaro del regime di pol pot e dei Kmer rossi (3 milioni di morti ) e di anni di corruzione e lassismo politico. La società Cambogiana sembra incapace di governare un capitalismo che gli è estraneo, mentre quest’ultimo ha subdolamente sviluppato i suoi anticorpi contro gli ultimi, i più fragili i pìù poveri. Tra questi i bambini. Li trovi ovunque per le strade, in bande, nelle grandi discariche, a passare il pericoloso confine tailandese per recuperare ferraglie, dove i famigerati poliziotti thai li arrestano e li picchiano. Molti sono senza genitori, e quando i genitori ci sono o sono malati o sono mutilati da una delle milioni di mine di cui è ancora disseminato il paese. Molte vittime sono bambini.

Eppure in tutto questo inferno, ho intravisto una luce nelle ombre, attraverso le figurine fiabesche di un teatrino cambogiano delle ombre. Qui un anziano, uno degli ultimi conoscitori e artigiano di questa antichissima arte, con quella pazienza, saggezza e mitezza tipica dell’uomo estremo orientale, tenta di restituire il sorriso ad alcuni di questi meravigliosi pupi in carne, diseredati. E ci riesce nel suo piccolo, nel suo saper aspettare e saper sperare. E così, tra pupi di ombra e pupi di carne, è sorta una bambina che con lui sta imparando un’arte dolce, magica e suggestiva. Lo ascolta, impara, si sorprende, come facevamo noi, una volta, con i nostri vecchi. Il suo sogno è di diventare la degna erede di quell’uomo saggio e di essere depositaria di una preziosa tradizione che si stava spegnendo come l’ultima miccia della candela. Ed è così che da una fragile fanciulla di strada e da delicate figurine ricamate e intarsiate nel legno e carta, può risorgere un’ intera nazione. Forse la civiltà onnivora e spietata del nuovo capitalismo mondiale aveva costruito anticorpi in laboratorio per nemici temibili, quali bombe e rivolte, ignorando che da piccoli gesti e piccoli uomini poteva arrivare la sua fine!

A tutti i bambini vittime delle mine di Cambogia, Laos e Vietnam.

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