QUANDO TORNERÒ TROVERÒ ANCORA LA FEDE?

Lc 18,2-5

Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?

Questa la frase che mi risuona in testa da molto, molto tempo, molto prima che questo virus affliggesse le nostre vite. Una frase pronunciata da Gesù ai farisei, alla fine della parabola del giudice e della vedova. E’ una frase che mi assilla, che risuona come tuono in un giorno di panni stesi o come un sasso che ne percuote violentemente un altro in un canalone di montagna. Come rimanere insensibili ad una frase così grave? Quello che suonava come monito, arde ora come il fuoco inestinguibile di una sciagura. In questo tempo in cui al lutto dell’anima si è sommato quello delle coscienze e dei corpi, come non provare un senso profondo di inquietudine, di smarrimento e paura per quella frase? Tu Signore, ci hai insegnato a non cercare nelle tue parole i segni che obliterano i fatti che viviamo, perché vi si nascondono le insidie dei falsi profeti e della perdizione. Eppure, in questo tempo di pestilenza strisciante che sta annientando l’intera generazione dei padri e dei nonni, in cui bare senza cordoglio e sepoltura, sono portate via, di notte, in carovane senza confine, come posso non dirmi, “E se il tempo di quella domanda stesse per compiersi?”

So che molti, che mi hanno preceduto, hanno vissuto lo stesso sgomento e più grande ancora. Le schiavitù dei tempi antichi, le tirannie dei satrapi sanguinari, le pestilenze medievali, le lunghe guerre del rinascimento, le diaspore, le ideologie mietitrici delle due grandi guerre, le aberrazioni della tecnica, fino ad arrivare ad oggi. So Signore che, nella nostra piccolezza, siamo tentati di considerare la nostra vita come il compimento dell’intera storia, poiché non possiamo concepire che essa continui senza di noi. Già, l’eternità per la quale andiamo tanto pregando, ci pare possibile solo se la invochiamo per la morte degli altri e di rado per la nostra. In questa immensa fragilità teologica e ontologica della nostra coscienza e del nostro spirito, come possiamo essere pronti per i giorni di sventura, come quelli di oggi? In questo inizio di terzo millennio si è affacciato un male oscuro e invisibile che, come un ladro di notte, ha svuotato d’un colpo le certezze su cui riposavano le nostre vite. Una gigantesca pandemia planetaria minaccia gli equilibri politici mondiali, ha portato via dalle nostre case e le nostre città molti di coloro che fecero dell’ultima guerra memoria. Ha generato una massa immensa di nuovi disoccupati e affamati di pane e giustizia.

So però Signore che, rispetto a chi mi ha preceduto, c’è qualcosa di nuovo. Ed è che tutto è arrivato come un’onda anomala sulla barca di un’umanità indebolita, logora, esangue, asservita da decenni alla cupidigia, all’egoismo, all’abbondanza, al consumismo e al servilismo materiale e consumata da un rapporto violento con la natura. Ma soprattutto all’indifferenza, al gelo del cuore, al cinismo e alla mancanza di amore e di solidarietà . Allora mio Signore, dovrei invidiare i miei antenati che, seppur privi di tutto e sbattuti dalle onde delle calamità, conservavano, almeno in parte, quelle virtù in noi ormai scomparse? Se tu fosse venuto in quei tempi, avresti trovato ancora abitanti di Sodoma e Gomorra per i quali risparmiare la città degli uomini? forse si.

E Oggi? non lo so! Anzi ho paura di rispondere no! Perché abbiamo costruito da almeno due secoli il tempio vuoto della nostra cattiva coscienza. Abbiamo dichiarato “Dio è morto!” e subito abbiamo riempito il nuovo tempio, con gli idoli sacrileghi del nostro edonismo, gli orpelli dell’ozio e del divertimento. Oggetti inutili al nostro corpo e inservibili alla nostra coscienza. Eppure di quel tempio, ci siamo compiaciuti, irridendo con scherno coloro che non potevano e non volevano entrarci. I templi di una morale al contrario, dove gli stolti e gli empi erano divenuti i nuovi profeti, gli esegeti della giusta via, e color che invece li rifiutavano, i nuovi cretini, pazzi e perdenti. Poi abbiamo gridato da quel tempio, una volta accettato che Dio fosse morto, che anche il lavoro duro, fatto con la sapienza delle mani – capace di nutrire il canto autentico dell’uomo- fosse inservibile all’astuzia. Abbiamo eletto li delirio di onnipotenza come il nuovo calice sull’altare. E da ultimo, Signore, questa pestilenza ha svuotato i templi della preghiera. Persino il Santo padre, nella sua celebrazione a una Piazza San Pietro vuota, piovosa e spettrale, abbattuto nel cuore e zoppicante nel corpo – che ci ha fatto temere il peggio per la sua salute- ci è apparso come la voce affaticata di un gregge disperso. E’ accaduto per il bene, per salvare molte vite di persone fragili ed indifese nei confronti di un subdolo contagio, che non parla ma uccide. E’ accaduto per arrestare la catena dei morti quotidiani negli ospedali e nelle morgue. La quarantena e l’auto isolamento quindi, come atto di altruismo a cui, forse, non eravamo nemmeno più abituati. Ma sta però e anche, avvenendo in un tempo, in cui il distacco momentaneo della preghiera dal luogo fisico dello spirito e l’apostasia definitiva, sembrano convergere verso quella Parusia da noi più temuta che attesa.

Perché la temiamo, Signore, cosi’ tanto la Parusia? Essa non costituisce forse l’epilogo del tempo escatologico, in cui abbiamo pianto e pregato il tuo ritorno, orfani del nostro stesso amore, non certo del tuo? Forse speriamo che non sia ancora l’ora Signore perché tu, dal giorno della crocifissione, ci hai liberato dall’ineluttabilità del male e da una dannazione che ci sembrava certa, offrendoci una via, e forse, ancora un margine di tempo nella storia, per dimostrare che possiamo essere giusti e generosi. Come i molti, che in questi giorni hanno perduto la vita per mettere in sicurezza quella degli altri o che più semplicemente hanno messo in forse il loro futuro lavoro per evitare una morte in più. Poi, da tuo padre Dio, abbiamo ricevuto in dotazione, uno spinta virtuosa verso la speranza, la ricostruzione, l’operosità, che si sono spesso tramutate in pagine meravigliose di altruismo e amore.

Johannes_op_Patmos_Saint_John_on_Patmos_Berlin,_Staatlichen_Museen_zu_Berlin,_Gemaldegalerie_HR

L’evangelista Giovanni scrive il Libro dell’Apocalisse. Dipinto di Hieronymus Bosch (1505), fonte wikipedia Public Domain“l figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?” E’ una frase che sembra voler convergere in un punto preciso del tempo con il giorno stesso in cui verrà dal cielo, Matteo 24,7 Subito, dopo la tribolazione di quei giorni,

Giovanni

il sole si oscurerà, la luna non più darà la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze celesti saranno sconvolte. Allora apparirà nel cielo il segno del figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra e vedranno il figlio dell’uomo venire sulle nubi dal cielo con grande potenza e splendore. Egli manderà i suoi angeli, i quali con lo squillo della grande tromba raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli.

Poi sul tempo di questi accadimenti dici,

Gesù

Dal fico comprendete la parabola: quando il ramo diventa tenero e produce foglie, sapete che l’estate è prossima. cosi’ anche voi, quando vedrete tutte queste cose (Matteo, 24, 1-14), sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità vi dico, non passerà questa generazione prima che tutte queste cose accadano. i l cielo e la terra passeranno , ma le mie parole non passeranno. Quanto al giorno e all’ora in cui queste cose accadranno, nessuno lo sa, neppure gli angeli del cielo lo sanno, né il figlio, ma solo il Padre che è nei cieli. Ecco, quando queste accadranno, nessuno lo sa, solo Dio.

Forse cerchiamo Signore, una risposta in una domanda che non ne ha. Non possiamo sapere quando arriverà la fine della storia. Ma possiamo fare due cose, ora qui, adesso, nel tempo di questa pestilenza: non ascoltare i falsi profeti che la preconizzano e non lasciare che la fede e la speranza in te Cristo, e la fiducia e l’amore verso l’uomo, soccombano a questa calamità. Forse allora potremmo trovare una flebile risposta alla tua domanda, “l figlio dell’uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?”

Paolo Maggioni Conte

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