Veni Etiam

Storie di profughi di 2000 anni fa

Quello che stiamo vivendo oggi in Europa, con l’arrivo inarrestabile di profughi provenienti dalle zone di guerra e di fame di Medio Oriente e Africa, avvenne molte altre volte in passato, solo che i protagonisti cambiavano latitudine e costumi.

Uno studioso di cui lessi un saggio anni fa, sosteneva che, tra le varie ipotesi, l’etimologia della città di Venezia fosse da ricondurre alla locuzione latina “Veni Etiam” che tradotta significa, venite ancora! Secondo questa interpretazione molto suggestiva, gli abitanti della terra ferma cercarono rifugio nelle lagune a seguito delle varie ondate di invasioni barbariche che si succedettero dal V secolo, in particolare quella degli Unni (452 d.C.) e dei Longobardi (568 d.C.). “Veni Etiam” dunque, perché ogni giorno “arrivavano ancora” nuovi fuggiaschi dalla terra ferma, ormai resa insicura dalle scorrerie germaniche e prototartare.

Nel V e VI secolo dell’era cristiana, l’impero romano d’Occidente infatti, fu sconvolto dalla più spaventosa pressione demografica che il mondo avesse conosciuto (benché la popolazione euroasiatica superasse difficilmente i 20/30 milioni di abitanti), con conseguenti migrazioni di massa. Era l’impulso di un gigantesco effetto domino, per cui le popolazioni più est spingevano sempre più ad ovest le tribù che fino ad allora trovavano tra il Reno a Occidente e la Vistola a Oriente, ma anche il Danubio a Sud est, il loro confine geopolitico naturale. Mancavano nuove terre arabili sufficienti a mantenere un numero crescente di persone e le guerre inter tribali facevano il resto.

L’impero romano poi, sotto il peso di un gigantesco debito pubblico e di una corruzione ormai endemica, cercava, come oggi anche allora, di usare l’arma della propaganda bellica per sopire il malumore e la paura crescente dentro l’impero, e alla peggio per scongiurare rivolte e guerre civili. Alcuni imperatori erano ormai ridotti a piccoli satrapi, al soldo di una propaganda che, nell’incapacità di comprendere e di gestire la crisi del suo tempo, spostava verso sempre nuovi nemici, la responsabilità del Caos . Mi vedo già cellule nostalgiche, sopravvissute dell’era repubblicana, dire che la Roma Imperiale era la causa di ogni male. Mi vedo poi la bella “borghesia” intellettuale alle terme inneggiare contro i cristiani di turno, i goti o contro l’impero d’oriente, di quella Bisanzio ambigua e corrotta, con i quali i rapporti erano divenuti alquanto equivoci, per usare un eufemismo. Proprio come ora, anche se non si disponeva della comunicazione di massa di oggi (anche se gli anfiteatri romani, svuotati della loro funzione lirica tipica della Grecia antica, costituivano dei formidabili megafoni ideologici dell’epoca, i populismi di ogni genere impazzavano. Del resto, non è forse di quell’epoca la locuzione “panem et circenses” tratta dal poeta latino Giovenale: “…Populus duas tantum res anxius optat: panem et circenses.”

Pensate che già nell’anno 113 a.C, quindi ancora in epoca repubblicana, si ebbero le prime avvisaglie di un fenomeno che durò poi 5 secoli!

Giunsero a Roma le voci inquietanti, arrivate attraverso i mercanti che viaggiavano fino all’Ode e L’Elba e diffuse dai Legionari romani che facevano la guardia ai confini settentrionali dell’Impero, che lassù nel nord, oltre le Alpi, un popolo intero stava migrando, non si era mai vista tanta gente in movimento. Erano i Cimbri e i Teutoni. Si parlava di un milione di persone, stipate su carri coperti, tirati da buoi, con donne, figli, cani e bestiame e con 300.000 guerrieri al loro seguito. Vagavano divorando tutto sul loro cammino, come le cavallette. Non conoscono la paura della morte, “la morte in battaglia è l’unica onorevole per loro.” (dal libro di S.Fisher-Fabian “I Germani”).

Non sembra di sentir parlare del pericolo ISIS in arrivo con i profughi di oggi? eppure è successo 2.000 anni fa. Pensate all’effetto propagandistico prima e populistico poi, di simili resoconti in un’epoca di insicurezza sociale, politica, e con informazioni che si ingigantivano da bocca a orecchio.

Ora prendiamo una cartina Geografica dell’Europa e rivoltiamola di 180°. Vedremo che allora il Nord era il sud, con masse di popoli in cerca di nuove terre, e il Sud (Italia, Grecia, Spagna e Gallia) il Nord. Con l’eccezione dei Vandali, che dopo esser usciti dalla porta dell’Europa a sud della Spagna (dalle colonne d’ercole) e aver conquistato i territori punici del nord Africa, ritornarono dalle finestre del Mediterraneo come potenza invincibile.

Ci sono due aspetti che rendono questi resoconti storici simili a ciò che viviamo oggi, l’ambiguità politica di allora, il luogo e i muri.

Verso la fine dell’impero, il popolo di stirpe germanica dei Goti (a cui dobbiamo molto in termini di eredità culturale) premevano alle porte dell’Impero in cerca di terre e di cibo (ne più ne meno come oggi fanno i popoli mesopotamici alle porte di Macedonia). Fu allora che i romani dell’epoca già indeboliti, dietro la promessa dell’assegnazione di nuove terre, confinarono i Goti nei territori confinanti della Dacia e della Tracia, impedendo loro di entrare e installarsi sul suolo imperiale, intrappolandoli con mille promesse, che puntualmente venivano tradite e disattese. Erano trattati come profughi nei confini estremi dell’impero e dipendevano dalle forniture di grano da Roma per sopravvivere, che non si faceva sfuggire l’occasione di decimarli per fame. Sappiamo come andò a finire la storia. I Goti, popolo evoluto e raffinato, di abili artigiani e coltivatori, mostrò alla fine il lato più feroce della sua natura guerriera, che culminò con il sacco di Roma nel 410 d.C.

Dovete immaginare che l’impatto che il sacco di Roma ebbe sulla popolazione civile entro i confini dell’impero, fu paragonabile all’11 settembre 2001 per gli Stati Uniti. Per la prima volta Roma si scoprì vulnerabile. E tutto cominciò alle porte dell’Europa balcanica.

L’altro elemento che fa riflettere e che in un certo senso restituisce una visione stoica delle vicissitudini umane, è che anche allora si rafforzarono muri e fortificazioni per tenere sotto controllo e fuori dall’impero gli esodi massicci in corso.

Il Limes romano a sud est, correva tra il Reno e il Danubio, era lungo 548 chilometri ed era costituito da più di cento fortezze e da oltre mille torri di osservazione, collegate tra loro da fossati, terrapieni e recinzioni. I romani si sentirono a lungo sicuri dietro il loro confini, ma alla lunga, quando il gioco si fece pesante, neanche questo argine fu sufficiente a contenere le spinte demografiche e migratorie. L’impero crollò, ci mise un po’ meno di due secoli, ma alla fine crollò.

Potrei andare avanti con tanti aneddoti, cronache, storie di eroismo, a volte epico o di infamia e ambiguità, ma tutto asservirebbe solo ad uno scopo riflessivo. Come si sta comportando oggi la fortezza europea di fronte all’inarrestabile migrazione di interi popoli, spinti da fame e guerra (e ci va anche bene rispetto ai nostri antenati imperiali, che spesso dovevano vedersela con tribù spinte da pulsioni belliche e predatorie) ad entrare nell’Europa felix?

A ciascuno di noi la risposta.

Paolo Maggioni Conte

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