COVID19 – C’ERAVAMO TANTO ILLUSI

Avevo scritto questo articolo un anno fa, a inizio maggio del 2020. Lo ripubblico perché oggi, 25 aprile 2021, siamo alla vigilia dell’evento dell’anno, la grande riapertura di primavera con sconti eccezionali: compri un morto te ne do due! Sembrano ripetersi, in una specie di inquietante loop temporale e al netto della campagna vaccinale appena iniziata, esattamente le stesse dinamiche sociali e dibattiti politici/mediatici. Persino la festa della Liberazione, già erosa negli anni a suon di revisionismi reiterati, sembra diventata, in questo infausto 2021, solo il fastidioso granello nel ruota del carro che porterà Pinocchio e Lucignolo al paese dei balocchi, simbolo taumaturgico della riapertura.

Già! la campagna vaccinale, che alcuni vorrebbero trasformata nella campagna vaccina, ossia il territorio adibito a pascolo indisturbato delle vacche!

Ecco cosa scrissi un anno fa:

3 maggio 2020

Eccoci arrivati alla fatidica data. Siamo il 3 maggio 2020 e domani riapriranno alcune attività economica rimaste come congelate per l’emergenza coronavirus. Nell’ euforia generale qualcuno è invece preoccupato. Non perché in qualche modo si voglia riprendere l’attività economica necessaria per il sostentamento del paese, ma per l’interpretazione che il popolo si da di questa apertura. Per la paura che quel momento possa essere vissuto come la falsa partenza di una gara, in cui tutti aspettano il famoso colpo di pistola, o come il campanello di fine lezioni delle scuole.

Anch’io sono tra quelli che temono questo. Penso che la maggior parte dei cittadini abbia un atteggiamento infantile nei confronti delle regole. Le rispettano più per timore riverenziale, o peggio pecuniario, che per senso civico. Le subiscono un pò rimuginando, ma appena qualcuno gli paventa la possibilità che finalmente possano essere allentate, scatta il corto circuito emotivo. Non sono particolarmente fiducioso, l’homo sapiens technologicus ha la memoria corta perché se lo può permettere, a differenza del suo lontano antenato silvestre.

E a una settimana da quando ho iniziato l’articolo aumentano, tra timidi segni di speranza, i segnali della più completa disillusione. Sembrano essere ricominciati quei tam tam – rimasti in sottofondo per qualche tempo -fatti di notizie spazzatura, sbraiti televisivi e lotte politiche.

Ma la cosa peggiore è che sta cominciando a circolare l’idea velenosa che saremmo stati reclusi per mesi, spogliati dei nostri diritti fondamentali, ridotti in miseria, per qualcosa che forse non era poi così necessario. E’ quell’ idea del” non così necessario” – che nessuno osava dire nel pieno della crisi sanitaria, pena la censura mediatica o il pubblico ludibrio – che sembra prendere piede ogni giorno con più forza, entrando in competizione con lo stesso coronavirus.

Si ha l’impressione che si stia insediando un subdolo revisionismo volto a screditare tutto il passato della crisi sanitaria, le colonne di morti stoccati in sale anonime, gli ospedali traboccanti di persone in agonia nei corridoi e le terapie intensive vicine al collasso. Una volta riavviata la caciara mediatica sull’esagerazione dei numeri e dei molti morti più con il Coronavirus che di Coronavirus, si passa a screditare – con sempre maggior veemenza – il vero capro espiatorio di tutta la vicenda. La scienza, con i suoi i virologi, gli epidemiologi e gli scienziati.

Quando tutti temevano di morire, gli scienziati venivano ascoltati con ossequioso silenzio, con liturgica devozione, come a cercare scampo verbale da una minaccia reale in agguato dietro ogni dirimpetto di ogni condominio. Anche i conduttori più scaltri pendevano da ogni parola che proferivano e non osavano interromperli.

Ora il vento è nuovamente cambiato, sospinto dalla forza traditrice della memoria corta. Gli scienziati, NON SOLO VENGONO INTERROTTI senza più pudore, ma sono chiamati ad assistere alle crescenti tensioni di studio tra ospiti incarogniti almeno quanto ignoranti in materia. Tutta la corte dei politici televisivi, blogger d’accatto, economisti redivivi e giornalisti in cerca di editore, sono tornati in pompamagna e più arroganti di prima. I virologi in collegamento da studio, gli unici che dovrebbero parlare, rimangono là, basiti, e degradati al rango di ascoltatori.

Tutto avviene con una tale impunità deontologica che viene voglia pensare e poi dire un’unica cosa:

-Non abbiamo imparato niente! fino al prossimo flagello.

Paolo maggioni Conte

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