L’ESODO ALL’INFERNO DEGLI OROMO

L’Etiopia è tornata tristemente d’attualità, per la tragedia umanitaria che sta funestando il Tigray, in Etiopia settentrionale al confine con l’Eritrea. Fonti umanitarie raccontano di come migliaia di donne, ragazze e bambine sarebbero vittime di stupri di una guerra, che vede l’esercito di Addis Abeba, a cui si sono unite le truppe della vicina Eritrea, in lotta contro il Fronte di liberazione popolare del Tigray , il TPLF.

Una delle tante guerre civili, dagli eterogenei effetti collaterali, che un occidente distratto continua a percepire solo nelle manifestazioni dei flussi migratori, e molto meno nelle crudeli implicazioni umanitarie. E’ in questo quadro geopolitico che vorrei raccontare la storia di uno dei tanti esodi che stanno lastricando le vie della disuguaglianza globale: l’esodo degli Oromo dell’Etiopia.

Compiono, da tempo, un’incredibile traversata attraverso gli infuocati altopiani dell’Etiopia nord-orientale, sulla rotta verso Gibuti, attratti dal miraggio di una vita migliore in Arabia Saudita. Da Gibuti, devono riuscire a passare in Yemen, paese che, come sappiamo, è a sua volta coinvolto in una spaventosa guerra civile. Molti Oromo, purtroppo, non andranno mai oltre Sana’a (Yemen), bloccati negli antri ribollenti della città, stremati e naturalmente senza soldi per tornare indietro.

Sembrerebbero più fortunati rispetto a molti dei loro, morti lungo il tragitto, in terre tra le più aridi del mondo. Tutti vogliono arrivare in Arabia Saudita. Ma gli Oromo (che hanno perso gran parte del potere economico e politico che avevano in patria prima che lo prendesse l’attuale compagine governativa), per l’estrema povertà delle loro condizioni, devono compiere il tragitto a piedi, per centinaia di chilometri, inutile aggiungere di cosa.

Altri Etiopi emigrano in cerca di fortuna, ma lo fanno spesso sulle costose carovane dei trafficanti delle vie orientali che traghettano una moltitudine disperata verso la penisola arabica.

Sono gli etiopi di altre etnie come quella Amhara e Tigray-Tigrinya. Quella Tigrina (al centro dell’attenzione per la spaventosa crisi umanitaria di questi giorni), con l’ascesa al potere di una dittatura comunista da loro appoggiata è stata, negli ultimi anni, la classe dominante del paese a livello politico ed economico. Quella Amhara invece, reclama da sempre la sua superiore discendenza salomonide.

Gli Oromo, sono soggetti ad ogni forma di sopraffazione, compresi rapimenti a scopo di lucro e torture. Nel prezioso documento filmato, alcuni esuli Oromo affermano, senza mezzi termini, che dietro i rapimenti e le richieste di riscatto che subiscono lungo tutto il percorso, ci sarebbero proprio i tigray.

Insomma, un intricato meccanismo di violenza e disperazione in cui è praticamente impossibile sapere, come sempre, chi siano le vittime e chi carnefici.

Quello che resta di questo straordinario documentario, sono le lunghe stringhe di migranti, sfilacciate dalla fatica, a piedi, su altopiani aridi e implacabili.

Un’altra immagine che impera su tutta l’assurdità del vissuto di questo popolo, simile a quello di centinaia di altri, sono le spoglia di una giovane donna, esamine sotto un arbusto disadorno. E’ morta di fatica. Aveva il cuore debole e non ha retto al calore e agli stenti. I suoi compagni di viaggio, la coprono compassionevolmente con qualche velo. Impossibile seppellirla su un terreno fossilizzato dal calore. Dicono senza remore, “Qui ne muoiono centinaia ogni anno!” Detto da un popolo abituato alla fatica, agli estremi climatici e alla penuria alimentare, rende l’idea di quanto possa essere ardua l’impresa per qualsiasi essere umano. Sono un popolo di origine nomade, di grandi camminatori, da cui sono sorti atleti olimpici della lunga marcia e maratona, famosi in tutto il mondo. Ma nemmeno loro possono resistere in questo inferno di polvere e fuoco.

Una storia di oggi, come tante altre che proseguono con cinica determinazione e a dispetto di coronavirus e crisi economiche. In tutto questo, nessuno sarà riuscito a dare un nome a alla donna sotto un albero disadorno.

Paolo Maggioni Conte

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: