VARLAM ŠALAMOV – I RACCONTI DI KOLYMA

Un libro sconvolgente

Sono venuto a conoscenza di questo libro ” I racconti di Kolyma” di Salamov sui Gulag (acronimo che starebbe per ” Direzione generale dei Campi di Concentramento“) da un toccante documentario francese su Youtube. Alla fine del documentario ho deciso di acquistare il libro di Varlam Salamov, lo scrittore che lo compose a partire dal 1954 . E’ a metà strada tra il romanzo autobiografico e la forma secca di un diario della disperazione (mi viene in mente “Viaggio in fondo alla notte” di Céline).

Tutto è raccontato sotto forma di “novelle” (ne ho contate più di 50), raccontate con uno stile crudo e prosaico, a tratti cinico, nel dipingere minuziosamente le caricature grottesche che animavano il campo. Non rinuncia però a esprimere il suo senso della misericordia umana (specie quando descrive i detenuti più fragili e buoni) travasandolo in righe di autentica compassione e amicizia.   In alcuni racconti, lo stile diventa fiabesco, come “La cagna Tamara” (che ho trascritto per intero) o “La gatta senza nome”.

Complessivamente lo definirei uno stile caustico. Mentre si legge, è un continuo punzecchiare della coscienza e dell’attenzione, come quei sassolini lanciati dai camion per i lavori stradali, che colpiscono il  parabrezza mentre si è alla guida.

Ma questo non è un insieme di resoconti aneddotici, trascritti da testimonianze di sopravvissuti, ma è tutto terribilmente vero, nel senso del vissuto in prima persona dallo stesso Šalamov come detenuto alla Kolyma per quasi 17 anni. Ne è sopravvissuto, aiutato dalla sua astuzia, dalla sua forza fisica, e senza mai perdere la sua umanità, ed è questo che ha fatto di Šalamov una delle persone più straordinarie del ventesimo secolo. La Kolyma (prende il nome dall’omonimo fiume), è una regione incastonata tra la Jacuzia orientale e penisola del Kamchatka. Stiamo parlando dell’estremo oriente siberiano. Niente di meglio per fare una bella purga di nemici dello stato e criminali e farli sparire per sempre.

Inutile dire, perché lo possiamo immaginare, che il rumore di fondo,  sordo e quasi incosciente, di tutti i racconti, è la fame, o meglio la sua ossessione, fino a trasformare gli uomini in prolungamenti delle briciole rimaste  per terra o di una buccia di patata. Gli uomini ridotti a insetti. Del resto, i detenuti che sbarcavano sul Molo di Magadan, una squallida città nata come campo di prigionia, sulle sponde del mar di Okhotsk, venivano accolti dal Generale Deverenko con queste parole:

Qui è la Kolyma! La legge è della taiga e il giudice l’orso! Mai aspettare di mangiare il pane o la zuppa insieme. Quello che arriva per primo, si mangia per prima. Ciò che è perso dalle mani è perso per sempre.

Questo libro non mi era noto. E solo oggi capisco cosa mi sono perso fino qui. Fu Roberto Saviano a renderlo noto al grande pubblico italiano, nel 2009, durante un’intervista a Che tempo che fa. Egli dichiarò:

Sicuramente non sarei l’uomo che sono se non li avessi letti (I racconti di Kolyma). Li considero uno dei tre libri fondamentali che hanno letteralmente cambiato il mio modo di guardare le cose. So con sicurezza che da queste pagine è passata gran parte della mia coscienza e della mia formazione.

Roberto saviano

Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzhenitsyn ad esempio, è sopravvissuto nel mio immaginario sui Gulag, probabilmente perché devo averlo trovato, allora dodicenne, nella libreria di mio padre o di un mio fratello più grande per poi leggerlo. E proprio Solzhenitsyn definì la Kolyma, l’ultimo cerchio del sistema.

Шаламов – Фотографии из следственного дела 1937 г РГАЛИ. Ф. 2596. Оп. 2. Ед.хр. 167. Л. 12

Kolyma, l’inferno bianco alla fine del mondo

Kolyma è una terra inospitale alla fine del mondo, nel circolo polare artico russo, schiacciata (è arrivato il momento di sostituire il termine incastonata) tra la Jakuzia e la penisola del Kamchatka. Sono le regioni più fredde e desolate dell’estremo oriente russo. Alla Kolyma furono deportati e internati centinaia di migliaia di persone che, dietro il pretesto della rieducazione dai più svariati reati (da quelli comuni, a quelli di opinione, fino a quelli di tradimento politico ecc..), asservirono di fatto alla pantagruelica e implacabile macchina di produzione sovietica, bisognosa di manodopera disumanizzata e senza diritti. Questa manodopera senza volti doveva oliare, in un macabro turn-over di vite umane, l’industria pesante di un paese in preda al delirio di onnipotenza e alla tirannide staliniana. Furono almeno tre milioni i detenuti morti nei complessivi nei 125 “Lager di rieducazione” sparsi per la Siberia orientale.

Questo il quadro politico. Quello geografico non era meno implacabile. La Kolyma era, infatti, conosciuta come la terra della morte bianca, o il braciere bianco (il gelo invernale è così intenso che è di quelli che bruciano la carne). Qui, per generazioni, criminali comuni si mischiavano a dissidenti politici, artisti, intellettuali ed etnie invise al regime, in un mix quotidianamente letale, fatto di istinto muscolare di sopravvivenza e intemperie insopportabili.

C’è una canzone russa che cantavano i detenuti ai lavori forzati che chiude il suo ritornello dicendo così:

“O alla Kolyma, i mesi d’inverno son 10, il resto è estate!”

Se gli iacuti avessero potuto scrivere un verso su quelle regioni non avrebbero potuto trovarne uno migliore. Gli iacuti, robusta e indomita etnia autoctona di queste regioni, conosce bene le insidie del clima che non perdona. Anche per essi, malgrado la tempra abituata da millenni agli stenti e al clima rigido, deve compiersi una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Sono dediti all’allevamento di renne, anche perché qui alternative non ve ne sono: non crescono cereali e ortaggi, impossibile allevare altri animali e persino la cacciagione è rara. A perdita d’occhio, una Taiga di cristallo che si alterna, senza soluzione di continuità, ad una tundra immobile in un congelatore geologico che sembra essere esistito da sempre.

Miniere d’oro della Kolyma

Il ritornello ci dà solo una pallida idea di quello che devono aver passato le vite dimenticate, in questo luogo dimenticato.

Lavori forzati oltre ogni umana comprensione

Proviamo, solo per un attimo, ad immaginare cosa può essere significato per le etnie più disparate, giunte qui dai quattro angoli della U.R.S.S. (ma anche dall’Europa del blocco sovietico), vivere per anni confinate, schiavizzate ai lavori forzati, denutrite, spogliate di beni e identità fino all’annichilimento dei corpi e delle menti (il processo venivano dato certo già al terzo mese). Del resto, nella mente degli ideatori di questo diabolico sistema, bisognava pragmaticamente spremere ogni persona per almeno tre mesi, per poi buttarla una volta consunta.

Immaginiamo persone di esile costituzione, specie quelle provenienti dai climi più temperati, costrette a scavare a mani nude o con semplici piccozze, con abiti logori e con temperature che possono arrivare a -40 gradi d’inverno e caldo umido d’estate, le miniere aurifere e di uranio adiacenti i Gulag. Per 16 ore al giorno senza sosta. Potremmo vederli costruire strade e ponti senza alcun aiuto di tipo meccanizzato. A tal proposito, sempre alla Kolyma, c’è una strada funestamente chiamata la strada delle ossa. Pare infatti, che lungo questo lungo rigagnolo raggelato furono sepolti, in fosse comuni scavate ai lati della strada, i prigionieri morti di stento e via via rimpiazzati lungo il percorso.

Costruzione di un ponte sul fiume Kolyma , fonte Wikipedia

In una lettera a Irina Sirotinskaja, Šalmov scrive:

Con quale facilità l’uomo si dimentica di essere uomo, quando tutto, attorno è così inumano da annichilire ogni speranza, da annientare ogni resistenza, da polverizzare ogni sentimento.

Molti finivano come dochodjaga, il detenuto stremato dalla fame e dal freddo. Nel mondo cavernoso (così definito dallo stesso Salamov) degli internati, criminali comuni, chiamati bytovik si mescolavano ai blatar’ , i malavitosi, ai dissidenti politici, agli intellettuali e a coloro, milioni a dire il vero, che non sapevano nemmeno perché fossero lì. E’ lo stesso Šalamov in uno dei racconti a spiegarci di come  tutta l’impalcatura di controllo del regime, si reggesse sulla delazione (il mezzo più a basso costo, efficiente e capillare che si possa utilizzare per controllare le masse, aggiungo io). Era facile, anzi usuale, che un vicino scomodo o antipatico, un marito che si doveva sostituire rapidamente con un amante o un collega troppo onesto,  sparissero così, dall’oggi col domani, inghiottiti sotto l’egida del temibile articolo 58.10, che puniva i crimini controrivoluzionari. Era nella realtà, un setaccio sfondato dal quale passavano più o meno tutti.

Anche il lager sovietico, come quello nazista in cui troneggiava la scritta “Arbeit macht frei”,  aveva il suo slogan, coniato direttamente da Stalin, (che onore!):

Il lavoro è una questione d’onore, gloria, coraggio, eroismo.

Malgrado ciò, molte migliaia di persone superarono i fatidici tre mesi, spesso in barba a tutte le previsioni, che li davano per spacciati. Alcuni sopravvissero in quest’inferno bianco per anni. Mi chiedo spulciando archivi e immagini come sia stato possibile. La risposta sta nell’uomo Varlam Šalamov che ne è la prova.

L’articolo 58.10, il marchio d’infamia per sempre

Per concludere lo facciamo con quel famoso articolo 58.10 che ha segnato le vite di milioni di persone. Accompagnava i detenuti per tutta la loro esistenza e anche dopo: pensiamo che solo nel 2000, diciotto anni dopo la sua scomparsa, Varlam Šalamov venne definitivamente riabilitato.

Paolo Maggioni Conte

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