POEMA ONIRICO SULLA FINE DEL MONDO

Dedico questo poema a Percy Bysshe Shelley e alla sua potente lirica che ispira le mie visioni.

Vagai su sentieri dal sole estivo riarsi,
sovrastanti valli e prati smeraldini 
di argento e luce finemente cosparsi,
tra ruscelli e rivoli abbacinanti
che borbottan quieti ma sfavillanti.

E’ un regno di voli aquilini,
e di aguzzi sipari erculei
che s’ammassan come scalini
all’imbrunire di un orizzonte
che ne è la meta e la fonte.

E poi venti farciti di gelidi aculei,
urlavano nei torchi rocciosi,
come insonni e detronizzati dei, 
prigionieri negli antri degli inferi, 
inquieti come spettri pestiferi.

Valicando colli sassosi,
vidi una conca corrugata,
in essa, fossili di regni boscosi
e pinnacoli di orgogliose città
come moniti di consunte civiltà,

Là nel torpore di una landa sferzata
da dardi di sole come mille arpie
polvere e suoni come all’impazzata,
orgia inorganica di voci marziane
e sassi di piogge antidiluviane.

Poi, i colli di Marte come paratie,
si aprirono sulle spire fossili 
di un mostro morto tra molte agonie,
e là in mezzo, l’occhio turchino di Golletta
specchio spiritato di un’indomita vetta.

Sulle sue onde flebili,
nel dolce slabbrare della riva,
frange aliene di piante esili,
sotto increspature di vetro liquido,
muovevano come anguille sul fondo viscido,

Qui mi rapì un torpore di calma estiva,
come l’eco di un sonno ancestrale
che presto ossa e pensieri rapiva,
un grembo di solitudine innata,
come una madre da sempre esistita,

Vidi allora l’opale specchio glaciale
alzarsi come indossato da bestia lacustre,
la sua iride spaventosa e abissale,
sguardo malevolo che trapassa il respiro,
O eccolo, dispiegarsi in un cielo di zaffiro,

Oscurare le valli come sciami di locuste,
e aghi di ghiaccio nero caddero dalla volta
su una umana progenie stipata in fosse anguste.
Poi il cielo e la terra si fusero nell’alba,
ed ogni cosa assunse la tinta più scialba,

E l’azzurro, che precedeva ombre in rivolta,
ritirandosi, sinistro, volle con sé i colori,
la natura tutta parve divenuta stolta,
e in me albergava un grande terrore,
poiché udivo la marcia di un lontano furore.

Tutte le terre eran spoglie e inodori,
che al mio cammino eran tutte svanite,
e su quegli opachi colli meteori,
il vento perlustrava inquieto e predone,
una solitudine che non conosce padrone,

Oh! Densa, inchiostro di divinità annichilite,
Ah! urlo sgozzato nel vento e tornato lamento,
e il mio corpo cadde con movenze contrite.
invano, in lustri insonni lacrime versai,
mentre tempi senza nome attraversai,

e fu che nulla fuorché il mio tormento
il tempo segnava,
e fu che nulla, fuorché il mio pianto
su tutto regnava.
E quando l’ultima lacrima si staccava,

fu l’ultima perla d’acqua che stillava,
e sulla polvere inerte si infranse,
come diadema su fronte funesta brillava,
squarciando l’ultimo tetro orizzonte,
e l’umanità che mi stava di fronte.

Prima che il mio corpo avvizzisse,
spuntò un fiore dal cratere dell’ultima goccia,
e vidi, prima che l’ultimo respiro svanisse,
i suoi petali di un bianco ceruleo
pulsare di sangue purpureo,

Che sotto una terra ormai solo roccia,
avevano lo splendore di luce vermiglia,
il cuore del fiore era come una faccia
e mi scrutava severo e materno,
e dalla selva dei suoi pistilli all’interno,

Usciva una voce che del tempo non era figlia,
che da ogni nuovo fiore nascente
mormorava come il mare in una conchiglia:
“Tu che di quell’immonda stirpe sei figlio,
Va oltre il dirupo che sfida ogni appiglio,

Raggiungi le folle nell’antro marcescente,
e dì loro, che solo se piangeranno grati,
per altri mille anni, con cuore sanguinante
le acque del mondo intero confluiranno
E le cose ormai distrutte rinasceranno.

Oh! Gli uomini, dei nostri cori addolorati,
hanno fatto con inestinto orgoglio scherno,
dei campi di amore rigogliosi e profumati,
con tracotanza hanno fatto scempio,
e tutto il bello ha seguito il destino dell’empio.

Arduo sarà il tuo compito in quest’inferno,
perché scellerata è la vostra discendenza,
e noi della nostra siam come sole d’inverno,
corri! corri! il tempo di noi tutti è scaduto
e mentre lo pensi è già tutto perduto.

Ricorda! tutti i mortali che di senno son senza,
in quella cloaca putrida dove tutto è lamento,
dove collera e paura son del fetore l’essenza,
piangano di strazio tardivo e impudente
l’offesa alla terra di noi tutti partoriente.

Ma solo se cadranno lacrime di un mondo redento,
come pioggia di stiletti di acciaio e cristallo,
avverrà quello che voi osate pronunciare a stento,
e che noi chiamiamo diluvio, a voi lo sgomento!
Diluvio non è altro per voi, che il giusto tormento”

Paolo Maggioni Conte

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