L’ultima lettera di Pavel Levurda

Il 18 gennaio del 2000, un giovane soldato di 25 anni, matricola U-729343, si ritrova su un aereo, con il famigerato 58 battaglione russo diretto a Grozyj, Cecenia. Quello stesso paese che è passato, in pochi anni, dalla devastazione di due guerre contro la Russia alle mani rapaci e filorusse di Ramzan Kadyrov. Nella Groznyj di oggi, di cartapesta e mutismo, nessuno, sembra più ricordare la tragedia di cui è stata vittima, per 20 anni, questa piccola repubblica caucasica dell’ex Impero Sovietico, una volta conosciuto come U.R.S.S.

Anna Politkowskaja, denuncia il clima di sopruso, superficialità, omertà che regnano all’interno del battaglione e l’estrema crudeltà della guerra in Cecenia, in cui non ci saranno ne vincitori ne vinti.

Quel soldato, matricola U-729343, si chiama Pavel Levurda e, prima di morire in circostanze non chiare sul campo di battaglia, ha il tempo di scrivere una lettera ai genitori, da Groznyj. Potrebbe essere stata scritta a Stalingrado nel 1943, nelle trincee di Verdum nel 1916, sul fronte vietnamita nel ’69 e persino dal Vallo di Adriano nel 190 (al netto delle armi da fuoco). Ci sono molte lettere scritte dai soldati di tutti i tempi e da tutti i fronti. Potrebbero essere radunate tutte in un grande libro intitolato : lettere sinottiche dal fronte. Ma non lo si fa, per l’istinto umano a cancellare la storia che fa male, almeno quanto i suoi proiettili a bruciapelo. Ogni volta, così, si perde l’occasione di imparare le lezioni della storia. Anna Politkowskaja, nel suo libro denuncia, La Russia di Putin, costatole la vita, riporta la lettera, datata 24 gennaio 2000, di Pavel dal fronte:

“Sono alla periferia sud-ovest di Groznyj. La città è stretta d’assedio su ogni lato, e dentro si combatte strenuamente. Gli spari non si fermano neanche per un attimo. La città è costantemente in fiamme, il cielo sempre nero, ci sono mine che ti cadono a due passi e missili che ti sibilano accanto all’orecchio. L’artiglieria, poi, non tace mai. Abbiamo subito perdite gravissime. Gli ufficiali della mia compagnia sono stati falciati tutti quanti. L’ufficiale che comandava il plotone prima di me è saltato su una nostra granata. E quando mi sono presentato, il comandante della mia compagnia ha preso male la mira e gli è partita una raffica. I colpi si sono conficcati a terra, a pochi centimetri da me. E’ un miracolo che non mi abbia preso. Gli altri ci hanno riso su: “Abbiamo avuto cinque comandanti prima di te, ma tu potevi durare cinque minuti in tutto”. C’è brava gente, ma sono fragili psicologicamente. Gli ufficiali sono a contratto, e i soldati – tranne qualcuno – sono giovani e tengono duro. Dormiamo tutti insieme, in tenda, per terra. In un mare di pulci. mangiamo merda. Non c’è altro. Non so cosa ci aspetta. Se ci sposteremo per attaccare chissà che cosa, o se resteremo dove siamo adesso fino ad impazzire tutti quanti. O se invece ci metteranno su un aereo per Mosca…O chissà che altro ancora…Non sto male, ma ho il morale sotto i tacchi…E’ tutto per oggi. Baci. Pavel.”

Sembra incredibile che questa lettera, Pavel l’abbia scritta per rinfrancare i genitori. Come ricorda Anna, in guerra si perdono i punti di riferimento consueti, vengono rimossi per non impazzire. Non si è più in grado di confortare chi è lontano ed estraneo alla crudeltà del fronte.

Pavel, credeva nella sua madrepatria e nell’esercito e da comandante di plotone, si era ritrovato – per via del fatto che tutti gli altri ufficiali erano stati falciati via e che lui fosse uno che non si tirava mai indietro – a comandare l’intera compagnia.

Il rapporto ufficiale riferisce che Pavel è morto il 19 febbraio, per una grave emorragia dovuta alle numerose ferite d’arma da fuoco. A casa Levurda, però, la bara con i miseri resti di Pavel, non giungerà mai.

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