AFGHANISTAN. I SOLDATI DISPERSI DELL’ARMATA ROSSA

Il titolo, richiama tempi antichi in cui si narravano storie (alcune tramandate nei secoli) di eserciti perduti nei deserti del medio-oriente o dell’Asia centrale. La storia che sto per raccontarvi, che ha dell’incredibile, è accaduta, a partire dal 1989, con la fine dell’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica. Nel ritiro, conclusosi ufficialmente il 15 febbraio 1989, con il rientro delle truppe in madrepatria (anch’essa vicina al crollo, con lo scioglimento graduale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, URSS, nel 1991) mancano dei soldati all’appello. Tutto viene, come possiamo ben immaginare, tenuto sotto silenzio. la Russia di allora, non poteva ammettere, non solo di aver perso la guerra come superpotenza contro i Mujaheddin, ma neanche il numero effettivo delle perdite umane (che sarebbe equivalso ad ammettere la propria inefficacia militare).

An Afghan Mujahideen demonstrates positioning of a hand-held surface-to-air missile.

Oggi, si sa che i morti in combattimento accertati, furono 26.000 su 600.000 dei totali partiti, nel corso di 10 anni. Un numero spaventoso, aggravato dalla giovane età delle vittime, per lo più ventenni. Con la desecretazione di alcuni archivi di Stato e l’ostinazione di alcuni ex combattenti (tra cui il colonnello Jeltakov) si seppe, anni dopo, che i militari scomparsi, cioè non risultanti né dalla lista delle vittime (di quelle ufficiali), né da quella dei rimpatriati, erano ben 546, praticamente un’intera compagnia o, se preferite, un pezzo di battaglione, evaporati. Di questi, una parte potrebbe essere morta senza che se ne ritrovasse il corpo e l’altra catturata dal nemico. Questa, è una storia spogliata di qualsiasi tentazione leggendaria, perché avvenuta in un epoca dove, ormai, tutto poteva essere documentato, seppur con filmati e fotografie lontani dalla rivoluzione digitale delle assurde guerre trasmesse in streaming. Qui, in questa storia, non ci sono leggende di eserciti vittoriosi da raccontare e nemmeno i canti di quelli sconfitti, ma solo singoli eroi di vita, silenziosi, spariti e diluiti nella geografia e nella narrazione dell’impossibile.

Alexei Olenin è uno di quegli uomini. Catturato dai Mujaheddin nel 1982, viene tenuto prigioniero per due anni, nelle grotte inaccessibili in cima alle montagne dove si nascondevano i Mujaheddin, con la paura quotidiana di essere giustiziato. Alla fine del conflitto, nel 1989, quando i mujaheddin tornano nei loro villaggi, Olenin viene liberato, ma viene costretto a sposare una giovane afgana di soli 14 anni (età in cui nei villaggi Pashtun si maritano spesso le ragazze) e a rimanere nella comunità. Una specie di sorvegliato speciale in libertà vigilata. Olenin, Impiegherà 25 anni a tornare, con la moglie e i figli, in una Russia post-sovietica per lui impossibile da riconoscere. Questi uomini invisibili, vivono oggi in una terra di confine dell’io più profondo, costantemente dilaniato dalla doppia identità, trapiantata come un tarlo in loro dalla guerra. Una doppia identità geografica, ma anche temporale. Afghanistan contro la Russia e la Russia sovietica contro la Russia di Putin. Si sentono, ormai, troppo afgani per essere russi e troppo russi per essere completamente afgani, e alla fine, se vogliano, troppo sovietici per essere russi.

L’altra storia, viene da Herat. Sha Aboudin Chams Gaffor, è unanziano veterano delle forze speciali sovietiche. Nato in Tajikistan (che faceva parte delle repubbliche sovietiche), vive in Afghanistan da 39 anni ed è diventato un semplice cittadino afgano. Anche lui, catturato ancora diciottenne nel 1982 dai mujaheddin, passerà nella prigionia i restanti 7 anni, fino alla fine della guerra nel 1989. Sha Aboudin, decide di rimanere in Afghanistan. Oggi, è diviso tra i suoi ricordi del suo passato di soldato delle forze speciale (presente ovunque egli giri lo sguardo) e il senso di colpa per la morte assurda anche di giovani mujaheddin, di cui è stato al tempo stesso carnefice e vittima.

Sha Aboudin, è uno di quegli scomparsi ritrovati, che non torneranno probabilmente mai più in Russia. Anche lui, si è sposato e ha avuto dei figli con una donna afgana molto più giovane di lui. Malgrado la fatica del vivere (è disoccupato da diverso tempo ) e l’età, si sente ormai parte di questo sfortunato popolo. Viene da chiedersi, se lo sradicamento forzato imposto dalla guerra, costato a questi uomini immensi dolori e mestizia, non verrebbe ulteriormente esacerbato da un loro rientro in una patria (l’ex URSS) che non riconoscerebbero più. Pensiamo alla distanza che esiste tra la Russia di Putin e la Russia dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche da cui, questi uomini, partirono in quell’infausto 1979. Poi, c’è da aggiungere un altro elemento che rende la vicenda ancora più triste, specie alla luce delle ultime notizie dall’Afghanistan.  All’epoca in cui sono state raccontate le storie di questi due straordinari uomini, infatti, talebani stavano, contemporaneamente al ritiro delle truppe americani e della coalizione internazionale, riconquistando il paese, rendendo ancora più incerto il destino di questi esuli, né russi né afgani.

Afghan resistance fighters return to a village destroyed by Soviet forces. (Public Domain Wikipedia)

Per concludere questo triste racconto, mi viene in mente, mentre scrivo, che l’altra faccia dell’esultanza o della sconfitta è l’invisibilità, nelle cui pieghe si nasconde spesso la verità delle cose.

Intanto, il colonnello Jeltakov, continua a cercare negli archivi di ogni dove, le centinaia di altri soldati che mancano all’appello, i cui destini invisibili, somigliano molto a quelli Alexei Oledin e di Sha Aboudin.

Questo articolo è ispirato ad un reportage di ARTE, di cui trovate il link Qui:

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