Ruanda 1994, cento giorni per un milione di morti

Il 7 aprile del 1994, iniziava uno dei peggiori massacri della storia del ventesimo secolo, noto come il genocidio del Ruanda. Quel giorno, forze costituite dalla Guardia Presidenziale, dai famigerati  gruppi paramilitari Interahamwe e Impuzamugambi, con il supporto dell’esercito governativo, imperversarono in tutto il paese armati di machete, armi da fuoco e mazze, sterminando in 100 giorni, dagli 800.000 a 1.000.0000  persone appartenenti alla minoranza Tutsi, ma anche  hutu considerati moderati o collaborazionisti.

Per questo, quello del Ruanda, è passato alla storia come l’ultimo grande genocidio del ’900 se, per genocidio, si intende l’eliminazione deliberata e sistematica di un’etnia determinata. Fu in seguito all’abbattimento il 6 aprile del 1994, per opera di  un missile terra-aria di origine ignota, dell’ aereo con a bordo il Presidente Juvénal Habyarimana, espressione della maggioranza Hutu, e del suo omologo del Burundi  che, il giorno dopo, iniziò la caccia alla popolazione Tutsi, ritenuta responsabile dell’uccisione del Presidente.

La lotta  propagandistica tra tutsi e hutu, in un contesto di perenne attrito politico, aveva origine più antiche, ma di recente è stata utilizzata dalle potenze straniere per asservirla, di volta in volta, i loro interessi  egemonici di tipo geopolitico ed economico.

Quell’aprile del 1994 la propaganda hutu, invece, ebbe la sua occasione. Era rappresentata da Radio Télévision Libre des Mille Collines (Radio televisione libera delle mille colline) che, attraverso un veemente tam-tam mediatico, fece circolare, nei celebri anatemi radiofonici, le voci secondo le quali i Tutsi stavano orchestrando un colpo di stato per attaccare e sterminate subito dopo gli hutu.

I tutsi venivano definiti, attraverso una sprezzante metafora entomologica, “scarafaggi”. Radio RTLM, attraverso messaggi in codice comprensibile ai suoi sostenitori, suggeriva in pratica alla popolazione di armarsi con ogni mezzo, in vista di una vendetta su larga scala, fino al segnale finale, quel 7 aprile, con il quale venne dato il via ufficiale al grande massacro. Stupisce ancora oggi che l’ONU (che si rivelò all’epoca impotente come oggi) e gli osservatori internazionali avessero sottovalutato e minimizzato a lungo la propaganda e le minacce degli ideologi hutu attraverso Radio RTML.

Ricordiamo, che la suddivisione etnica tra hutu e tutsi era tradizionalmente più su base socioeconomica che razziale; i primi, agricoltori demograficamente numerosi e con scarso potere politico e  intellettuale e i secondi, considerati la classe aristocratica minoritaria, con possedimenti in terra e bestiame e il controllo del potere politico.

Furono le potenze coloniali (in particolare i Belgi) a teorizzare le distinzioni antropometriche di razza,. Si cominciò a parlare di differenza fisica e somatica dei tutsi rispetto agli hutu. La statura più alta dei tutsi, alcuni caratteri somatici, come il viso allungato, il naso stretto e allungato e la carnagione più chiara erano caratteristiche pretestuose che li facevano assimilare alle popolazioni dell’Africa centro-orientale, come etiopi, eritrei e somali. Gli hutu, invece venivano descritti razzialmente, più tipicamente appartenenti all’areale dell’Africa nera centro-occidentale, statura mediamente più piccola, naso largo e pelle molto scura. Queste caratteristiche, non dimentichiamolo, in epoca coloniale venivano considerate come segni pregiudiziali di inferiorità razziale, e rientravano tra le cause che volevano rendere giustificabile alle elite bianche di allora, l’ingiustificabile sfruttamento schiavista (ancora oggi applicato,  come reflusso storico, in alcune zone sud sahariane a predominanza araba). I Belgi a loro volta, sotto Re Leopoldo, si macchiarono di atrocità, eccidi, uso disumano di manodopera per lo sfruttamento delle risorse naturali e altri crimini che hanno trascinato l’intera esperienza belga sul continente nell’infamia. La differenza razziale tra i due gruppi fu quindi il risultato di una vera e propria mistificazione storica, voluta dai colonialisti per precise ragione di suddivisione e controllo della popolazione.

Non è vero, dunque, che vi sia una differenza razziale, che gli hutu siano scuri e i tutsi più chiari. Il tentativo di voler vedere nei tutsi un’apparenza più caucasica rispetto agli hutu, corrispondeva perfettamente alla mentalità in voga nelle epoche coloniali, nelle quali, il colore della pelle molto scura e i tratti somatici diversi da quelli occidentali, venivano associati al socialmente indesiderabile, alla natura selvaggia e non civile dei popoli. 

Ed è anche spiegabile la differenza media di altezza tra i due gruppi sociali (non definiamoli nemmeno più secondo la distinzione razziale). E’ assai probabile che i tutsi, per secoli casta dominante, abbia goduto di un regime alimentare più ricco di proteine e più vario, rispetto a quello degli hutu.

In realtà, se può essere vero che una parte della popolazione ruandese possa essere il frutto di immigrazione da alcuni territori dell’Africa centro-orientale e nord-orientale, le differenze non sono assolutamente ascrivibili alle differenze tra tutsi e hutu nella popolazione reale, che nel frattempo ha subito numerosi rimescolamenti. 

Si tratta in realtà, dal punto di vista di molti storici che condivido, di differenze, tra i due gruppi, di tipo sociale e non razziale.

Queste differenze, puramente teoriche, tra due presunti estremi razziali, vennero  utilizzata in maniera  capziosa e criminale, per teorizzare una superiorità razziale e intellettuale dei tutsi rispetto agli hutu. Il passo tra queste aberranti teorie antropologiche, la loro adozione come pretesto per sfogare livori mai sopiti e invidia sociale, e il successivo sterminio,  fu molto breve.

Il genocidio del Ruanda, in termini di mezzi impiegati, fu quello più simile agli eccidi compiuti nelle epoche antiche e pre-moderne. I tutsi, vennero “scovati” casa per casa, strada per strada finanche nelle chiese, nello sprezzo totale persino della comune fede religiosa di tutsi e hutu, e finiti o feriti a morte a colpi di machete, un’arma in grado di provocare mutilazioni e ferite dolorosissime garanzia, quando non di morte immediata,  di una lenta agonia per sanguinamenti e infezioni. Se poi vogliamo applicare concetti di “produttività” occidentale ad uno sterminio, cioè la capacità di eliminare in maniera sistematica il maggior numero di persone nel minor tempo possibile, allora possiamo affermare che il genocidio del Ruanda superò tutti gli altri avvenuti nella storia. Cento giorni per 1.000.000 di morti.

Quello che avvenne dopo, con la liberazione del paese ad opera del FNL ruandese; con la conseguente fuga di una massa  enorme di hutu in Congo (e oggi sono ancora lì in attesa di riprendersi un giorno il potere); la carcerazione finale  di un altissimo numero di loro, sospettati di aver partecipato al massacro; e il processo ad opera del tribunale internazionale, è ormai nei libri di storia. 

Tra le numerose teorie cospirazioniste che circolavano all’epoca, vi era quella, secondo la quale, dietro il massacro si nascondeva lo scontro geopolitico tra la Francia, sostenitrice del fronte hutu francofono, e la Gran Bretagna, sostenitrice invece degli interessi tutsi, di lingua anglofona. 

Chi, come me, aveva poco più di vent’anni all’epoca, ricorderà i cadaveri sbiancati dall’ammollo, scivolare a migliaia tra i meandri del fiume Nybarongo o lasciati imputridire nelle sue anse. Sono immagini, che mi hanno sconvolto e mi avevano, già all’epoca, totalmente disilluso sulle prerogative pacifiche del genere umano. Sono uno di quelli che non ha dovuto aspettare la terrificante guerra in Ucraina, per realizzare che il mondo dell’era antropica era, è e sarà sempre, un posto pericoloso in cui vivere e che la propaganda, sulla quale scriverò un prossimo articolo, ha il potere ciclico di generare in un determinato punto dello spazio e del tempo, tragedie immani che ci lasciano interdetti ogni volta. Ricordiamo che gli anni ’90 furono (a dispetto di chi parla di una specie di Pax Augustea lunga 80 anni) tra i più sanguinosi della storia. Di quegli anni furono, solo per citare alcuni esempi, le stragi curde  del regime baatista di Saddam Hussein, la prima guerra del Golfo (1991-92) intrapresa dagli americani per difendere il Kuwait dal tentativo di invasione irachena e le guerre fratricide della ex-Iugoslavia.

Gli anni ’90 inoltre, contenevano i segni precursori (per via dell’instabilità geopolitica seguita la disgregazione dell’impero sovietico) del conflitto che stiamo vivendo drammaticamente oggi.

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